Rieccomi qua, per raccontarvi che in questi ultimi giorni ho fatto qualche interessante esperienza.
Partiamo con ieri sera: con tre mie colleghe dopo il lavoro siamo andati al monastero di Decani, che si trova a un’ora di buchi da Prizren. E’ un monastero ortodosso molto carino, nel mezzo del verde, dove una decina di monaci serbi tutti inspiegabilmente alti e grossi, con lunghe tonache nere e con altrettanto lunghi barboni altrettanto neri sotto tenuti sotto costante strettissima sorveglianza dai nostri connazionali. Sembra di avvicinarsi al pentagono, filo spinato, slalom forzato tra blocchi di cemento rossi e bianchi, torretta, sbarra, e gran finale con carro armato. Un rapido saluto al piantone siciliano di guardia che si prende i nostri tesserini per registrarli non si sa bene dove, e entriamo nel monastero per la cerimonia del giovedi sera. C’ero gia’ stato a settembre, ecco un paio di foto che avevo fatto ai tempi (ieri sera era buio e non si vedeva niente)

Insomma, la cerimonia e’ molto suggestiva. I barbuti cantano per un’ora filata, praticamente al buio – c’e’ solo qualche candela qua e la’ a illluminare l’interno tutto affrescato della piccola chiesa. Non so come facciano a ricordarsi tutte le parole (ma forse leggevano da qualche parte) e soprattutto le melodie, tutte diverse una dall’altra, le tonalita’, boh, non si sa come ma sono sempre tutti in sincrono, a due/tre voci, ed il tutto e’ molto suggestivo. Poi arriva il momento clou, quello dell’apertura della bara di Santo Stefano e della processione per baciare la mano del morto. Io decido di andare in fila, insieme a un paio di militari uno italiano e uno spagnolo, preparato al peggio, e in realta’ e’ meno macabro di quello che pensavo. Innanzitutto avvicinandomi capisco che la gente non bacia – come sembra – veramente la mano del mummificato, ma un vetro protettivo. Poi il corpo del caro estinto e’ coperto da un panno rosso-dorato, da cui spunta solo la gelida manina, di un bel colorito nerastro. Quando penso di aver visto abbastanza, non volendo baciare il vetro, faccio una specie di inchino e mi allontano dalla bara; poi come da rituale ricevo una benedizione dal pope che mi fa una croce non ho ben capito con cosa sulla fronte, una specie di bastoncino che prima ha rosolato su una candela, ma non bruciava, insomma, non lo so.
Archiviato l’argomento Decani, serata che abbiamo concluso con una cena in un ristorante nella vicina Gjakova, con una bella bistecca semifredda, volevo raccontarvi di un’altra esperienza alimentare che ho fatto un paio di giorni fa, grazie – si fa per dire – a una nostra security guard. Stavo uscendo dall’ufficio per andarmene in tribunale quando lo vedo che si beve un intruglio con un curioso colorito bianco – l’avevo visto altre volte in vendita per la strada sui banchetti nelle bottiglie della CocaCola, ma avevo sempre pensato che fosse detersivo. Lui vede che io lo vedo, e subito mi invita a bere un bicchiere con lui. Si chiama Boza (non lui, l’intruglio) e – mi spiega - e’ a base di mais fermentato.
“Poco” gli dico, ma lui “no vedrai che ti piacera’ “. Insomma, per farla breve questa Boza e’ una roba che qui va per la maggiore, la vendono nei bar, alcuni ce l’hanno scritto “Boza” proprio sulla vetrina, vicino a “ekspreso” e “kapuchino”, ma e’ un agghiacciante beverone che sa di disinfettante del dentista, solo piu’ denso e anche un po’ frizzantino (penso per il fatto che e’ fermentato, il mais). Glie lo faccio presente, e lui mi rassicura, dicendo che il gustaccio orrendo di disinfettante e’ dovuto al bicchiere di plastica. Non gli ho replicato che l’acqua nel bicchiere di plastica non sa un gusto raccapricciante come la boza, perche’ avevo fretta e avevo anche paura di offenderlo un po’.
Insomma, se e quando verrete da queste parti la boza e’ una di quelle cosa da cui stare a distanza di sicurezza; come anche dai terribili Tost, lontani parenti del nostro spuntino, ma che in realta’ sono terrificanti tranci di pane, tostati nella pressa, su cui viene spremuto uno spesso strato di ketchup e maionese, con spolverata di origano finale. E’ lo snack preferito dai ragazzini, che si pappano grandi quantita’ di questi “tost” per strada, al modico prezzo di 50 cent. Volevo anche dirvi pero’ che se e quando verrete, soprattutto voi mangioni - si Batta, dico a te – ci sono anche delle specialita’ da assaggiare, come la tava, la sarma, anche i cevapi (che qui si chiamano qebap, ma si legge cebap, infatti il mio cognome quando voglio che lo scrivano correttamente lo devo dettare come “pas-cciuero”). Tutto a base di carne, carne e ancora carne. Tra le altre cose che mi piacciono c’e’ anche il kajmak (una sorta di marcarpone con varie spezie, aglio), l’Ayran (uno yogurt salato, che si beve per pranzo o per cena, ottimo al ristorante, ma che per qualche ragione e’ estremamente difficile comprare non scaduto in un negozio) e poi la mitica sallata shopska, un’istituzione, pomodori, cetriolo, cipolle, e formaggio feta grattuggiato sopra, una delle leccornie locali. I dolci, attenzione, sono consumati molto di rado, generalmente sono di una dolcezza bestiale, proprio dolore ai denti tipo carie istantanea, ma presi a piccole dosi (1/4 di quella che ti portano) sono anche buoni. Chi c’era nel Balkan tour a Sarajevo nel 2003 e si ricorda il tufanje ha un’idea di cosa sto parlando. Da ultimo, tornando ai generi di prima necessita’, il pane lo fanno molto bene, e anche il caffe’ (per quanto di marche italiane poco conosciute in patria come Don cafe’, o caffe’ Pascuale) devo dire e’ piuttosto buono.
Di Bresovica, infine, che dire, e’ la localita’ sciistica piu’ IN del Kosovo, e’ in mezzo a delle belle montagne, e in fondo non e’ male. Ci sono andato sabato scorso a sciare, con la mia amica Virginia vincendo la mia fifa dopo l’incidente di aprile scorso, ed e’ stato carino.
Sono cascato un po’ di volte anche perche’ non battono le piste, la benzina per il gatto costa troppo, ne avevano battuta una sola – peraltro difficilissima. Gli sciatori – prevalentemente serbi, dato che e’ in una enclave serba – si dividono in due categorie: i principianti assoluti, come quello qui sotto
che solo per farvi capire, dopo essersi incartato e’ rimasto appeso allo skilift il tempo necessario per me di tirare fuori la macchina, accenderla, e scattare, proprio non lo voleva mollare, non so se pensava di riuscire a tirarsi su o cosa. E poi ci sono i pazzi spericolati. Il gesto piu’ cool e’ quello di fare un giro di 360 gradi su se stessi mentre si scende, preferibilmente accompagnato da abbondanti spruzzi e urla di vario genere. Ho anche visto con i miei occhi dalla seggiovia un folle che a tutta velocita’ e’ passato (dopo essersi piegato all’indietro, tipo limbo, sugli sci) tra le gambe di un traliccio dell’alta tensione. Ci sarebbero altre cose da raccontare di Bresovica, ma dato che e’ venerdi sera e mi sono un po’ rotto le scatole di stare in ufficio, sotolineero’ solo il fatto che le piste non sono proprio come da noi, a parte che non sono sempre battute, ma il bello e’ che oltre agli sciatori le calcano anche altre categorie di utenti, come i passeggiatori, gli slittinisti, e infine i merenderos con tanto di barbecue e braciole. Mi manca ancora, ma conto di rimediare presto, l’esperienza di stare appeso alla seggiovia quando manca la corrente.