Piccoli

A volte penso solo che la vita che faccio qua semplicemente e’ piu’ interessante di quella che facevo prima.  Non mi fraintendete, in Italia stavo benone, mi mancano gli amici, la mia famiglia, e tutte le cose belle che facevo.  E’ solo che qui hai la possibilita’ di conoscere persone di tutto il mondo, di immergerti in una realta’ altra, e di confrontarti con una cultura - anzi, due – diverse dalla tua.  E poi succedono cose che in patria non succedono.  Tipo ieri sera, una di quelle esperienze assurde che ti danno il senso che stai facendo il tuo lavoro proprio qui in Kosovo, e non solo in un ufficio, in un non-luogo che potrebbe essere in qualunque posto del mondo e non cambierebbe niente.

Insomma, per farla breve sono stato invitato a un concerto a Velika Hocha, una piccola enclave serba a quaranta minuti da qui, di cui ho gia’ messo una foto in passato - fatevela bastare, perche’ ieri non avevo dietro la macchina foto.  Arrivo (tra l’altro c’era un cielo nero e un ventaccio che portava via) e capisco subito dove si terra’ il concerto: basta vedere dove stanno andando tutti i settecento abitanti del piccolo paesino.  Entro nel teatro-casa della cultura e mi rendo conto che in realta’ il concerto e’ di un coro russo, sei donne e quattro uomini, che cantano motivi presumibilmente religiosi.  Bravi, davvero.  Alla fine di ogni brano la direttrice del coro si gira verso il pubblico, fa un inchino e riceve un bell’applausone. 

Diciamo pure che al pubblico (in gran parte bambini e ragazzini) di sto concerto non glie ne fregava un granche’.  Tutti a magnare patatine, e semi di zucca (quelli che bisogna aprire usando una raffinata tecnica dentale che prevede l’uso degli incisivi come una specie di apriscatole – uno snack/passatempo molto diffuso qui nei Balcani.  Io per ora riesco a aprire il guscio, ma il piu’ delle volte distruggo anche il semino dentro - non e’ facile).

Anche agli adulti non gli fregava molto, in un paio di occasioni sono proprio scattate risate ad alta voce, fischi per chiamare l’amico del bar, saluti e strette di mano con pacche sulle spalle, insomma, come se non ci fosse un coro russo sul palco che canta.

Per farla breve, a un certo punto il coro finisce, sale sul palco un losco giornalista -credo-  incaricato di fare il mattatore della serata, che ostentando a gran gesti l’ennesimo applausone congeda loscamente i simpatici russi.  Ecco che a questo punto entra in scena il pope (russo) venuto al seguito del coro, un tizio veramente che puzzava di integralismo lontano un miglio, barbone rosso, occhiali alla Venditti, tonaca integrale nera, capello lungo con codino fino a meta’ schiena abbondante.  E inizia uno sproloquio sull’amicizia russo-serba, che Dio non li lascera’ soli, sangue del suo sangue, ecc. ecc.  Insomma, dopo viene fuori che questi russi sono venuti da vicino a Mosca praticamente per fare tre concerti in altrettante enclave serbe in Kosovo, e poi se ne ritornano a casa.  Non so se siete al corrente dell’attuale importanza dell’amicizia russo-serba, praticamente i russi sono gli unici che hanno intenzione di boicottare nel Consiglio di Sicurezza lo status di indipendenza del Kosovo (secondo me alla fine non lo faranno, stanno solo cercando di vendere il loro veto a prezzo molto alto, vedrete che si asterranno).  I Serbi ovviamente li vedono come i loro piu’ cari amici e fratelli in questo momento: “Putin non lasciarci soli” e altri simili sono i cartelli che si vedono nelle manifestazioni pro-Serbia in Kosovo e nella Serbia stessa.

Dicevo, il concerto.  Congedati i russi, il losco introduce (quasi in un contro-omaggio culturale) l’orgoglio di Velika Hocha: un gruppo di canti e balli tradizionali serbi.  Sono cinque bambini piu’ un fisarmonicista.  Inscenano un paio di raffazzonati balli serbi, poveretti, sicuramente hanno fatto del loro meglio, ma insomma, il risultato e’ di certo un omaggio inadeguato rispetto ai cari russi.  Il fatto e’ che il pubblico questa volta e’ estremamente attento, non parla, segue, e applaude sempre in modo ugualmente abbondante. 

Finito il tutto, usciamo nell’atrio del teatro-casa della cultura, e il mio amico Christophe mi fa notare dei disegni di bambini appesi alle pareti.  Io non so chi gli abbia detto di disegnare cosa, a questi bambini, ma se quei disegni sono spontanei c’e’ da aver paura.  In meta’ circa e’ rappresentato il villaggio (lo si riconosce, e’ piccolo, con tante chiese e con il filo spinato intorno) con delle persone che tirano giu’ le croci. Sono in fondo le immagini viste e riviste degli eventi del Marzo 2004.  Chissa’ quante volte glie le hanno propinate

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In un altro disegno invece c’era un Dio con la barba bianca, su una nuvoletta a forma di Kosovo, su uno sfondo colorato a forma la bandiera serba.   In un altro ancora c’era un Kosovo rappresentato dietro a pesanti sbarre di prigione.

Mah.  Dopo il concerto, scatta l’invito a cena nell’unico ristorante di Velika Hocha, non mi dilungo perche’ ho gia’ scritto troppo, dico solo che sono finito isolato tra un serbo e una cantante russa che voleva mandarmi a trovare dei suoi parenti a Salerno.  Abbondanti preghiere ortodosse prima e dopo il pasto – penso che alla fine sia questa, quella religiosa, la lingua comune tra questi due popoli.  Finiamo con una delle cantanti che chiama a se’ un rappresentante per ogni nazionalita’ (incluso un poliziotto austriaco), li mette in cerchio, gli fa mettere una mano sopra l’altra in mezzo (tipo giocatori di rugby, non so se avete presente) e attacca con una preghiera a Dio, al loro unico Dio, perche’ protegga la Serbia in questo momento cosi’ difficile.

Andando via da questo posto dimenticato da tutti pensavo che questa gente mi sembra come quei soldati sperduti che hanno continuato a combattere dopo la fine della guerra, non volendo accettare che fosse finita.  Certo, dieci anni fa nella Serbia erano la maggioranza, ora si ritrovano a essere – in Kosovo – una piccola minoranza.  Ma come fanno a non voler accettare che le cose stanno cambiando intorno a loro, che e’ finita, che prima o poi dovranno cambiare le targhe, i soldi, e che non possono continuare a usare i dinari e tutto il resto made in Serbia, che dovranno andare a comprare in un negozio albanese presto o tardi e far giocare i propri figli con quelli degli altri. 

Ecco, soprattutto quei bambini ballerini mi fanno tanta tristezza, piccoli fondamentalisti che disegnano l’Albanese cattivo che stacca la croce, piccoli indottrinati che inneggiano sul palco a Kosovo e Serbia senza neanche sapere di che cacchio stanno parlando, gia’ piccole vittime di un gioco piu’ grande di loro.

25 Aprile

L’utopia
“…ecco, in quei momenti, girando per queste montagne, c’era la sensazione e l’impressione di toccare con mano la possibilità di costruire qualcosa di nuovo. Una possibilità che per noi era molto poco definita. Non che avessimo delle idee chiare sul domani, su come sarebbe stato. Però avevamo l’impressione – anche se può sembrare un po’ retorico – di poter toccare quasi l’utopia. Era quel momento di utopia che nella vita capita una sola volta. Però se capita quella volta te lo ricordi per tutto il resto della vita. Forse è quello che ti dà il senso a tutti i momenti e agli anni successivi di vita in cui l’utopia rimane in quel passato e in un futuro in cui ci si augura possa ritornare”.   
Paolo Gobetti (partigiano in Val di Susa)

‘a Capitale #2

Uelaà!!!

Vecchio scarpone quanto tempo tempo e’ passato!!!

Mentre sono contento di avere appena letto che il mio amico Giorgetto se la sta spassando, di nuovo in Australia, ho pensato che era arrivato il momento di aggiornare anch’io un po’ il blog.  A mia discolpa posso dire solo che l’ultimo periodo e’ stato micidiale, e il pensiero di stare ancora davanti al computer alla fine delle giornate proprio non mi andava.
Anche per me sono successe un sacco di cose nelle ultime due settimane, non so bene da dove cominciare quindi comincio dalla fine, cioe’ da adesso.
Sto scrivendo da Belgrado, mentre Vera parla al telefono e fa la doccia.  C’e’ un bel sole e si sta proprio bene. Ce ne passa di differenza tra qui e il Kosovo…

Sono venuto ieri sera con Dusan, che non conoscevo, che e’ un amico di Renato, che non conosco, che e’ un amico di Andrea (questo lo conosco). Insomma, sono entrato un po’ nel giro dei pendolari Pristina/Begrado. Dusan e’ un ragazzo croato molto simpatico e che va molto forte in macchina. Nelle curve e le buche tra Pristina e Nis, 100-120 all’ora. In autostrada vi lascio immaginare. A un certo punto in una curva una macchina ha invaso la nostra corsia, e per un secondo ho pensato di essere morto. Ho anche chiuso gli occhi. Meno male che Dusan non li ha chiusi e ha avuto dei buoni riflessi. Comunque, il viaggio cosi’ e’ molto comodo pero’, in 4 ore eravamo qua. Meglio delle sette ore del pulman (nove, fino a Prizren) o delle cinque e mezza del pulmino dei Serbi. Le ho provate un po’ tutte le soluzioni di viaggio, Dusan e’ sicuramente la migliore. Lui va tutti i weekend, c’ha la famiglia qui a Begrado. Con noi ha viaggiato anche un suo amico, molto spocchioso, di quelli che hanno fatto un sacco di cose fighe nella vita ma che te lo fanno pesare di brutto. Questo e’ stato a portare aiuti umanitari in Iraq, in Afghanistan a fare non so che cosa, ecc. ecc. Pero’ mi trattava come una pezza da piedi, me e il mio lavoro, dicendo che la mia e’ l’organizzazione piu’ idiota del mondo, e tutta una serie di altre cose. Molte non le ho capite, anche perche’ loro due parlavano in croato, e io sono appena alla terza settimana di Serbo. Ah, si ho iniziato a studiarlo, e devo dire che mi piace un sacco.

Ma passiamo ad altro. Ai piu’ attenti non sara’ sfuggito che ho menzionato varie volte Pristina, e non Prizren. Come mai? Ci sono novita’. Il mio amico Roberto, il coordinatore del criminal monitoring, si e’ dimesso e ha preso un altro lavoro in Kosovo con l’Unione europea.  E il nostro capo ha chiesto a me di sostituirlo…  Quindi per ora, dato che la cosa non e’ ancora ufficiale, sto facendo avanti/indietro da Prizren, un paio di volte a settimana.

(continua…)