La guerra di Kapllan

Ieri sera stavo rientrando a casa, quando incontro il mio vicino che mi chiede se ho sentito cos’e’ successo.

Gli dico che sono appena tornato da Parigi, e che non so niente.

“La situazione nel Nord e’ precipitata.”

Vi ricordate quando parlavo dell’assedio al tribunale di Mitrovica Nord. Da quando il Kosovo ha dichiarato l’indipendenza il 17 febbraio, il tribunale – che si trova nella parte nord della citta’, abitata dai Serbi – e’ diventato il centro delle proteste e il simbolo della contesa Nord/Sud. Ossia, tra governo albanese di Pristina + UNMIK da una parte, e Serbi (che non ci stanno a vivere in un Kosovo indipendente) dall’altra.

Dal 20 febbraio nessuno e’ piu’ entrato nell’edificio.

L’ingresso e’ bloccato dai serbi che lavoravano nel tribunale. Non e’ che non vogliono continuare a lavorarci, e’ che vogliono farlo sotto il ministero della giustizia serbo di Serbia. Non vogliono lavorare per il governo separatista di Pristina, cosi’ come numerosi poliziotti serbi, che nei giorni scorsi hanno posato armi e distintivo perche’ non vogliono prendere ordini dal nuovo governo.

Il problemino aggiuntivo a Mitrovica e’ che il tribunale e’ l’unica istituzione ufficiale del governo albanese che si trova nel Nord della citta’. Le altre sono al di la’ del ponte, nel Sud. Il tribunale e’ insomma un’isola albanese nel mare serbo del nord. E quindi prima di tutto un simbolo, oltre che un’istituzione.

A difenderla, soprattutto un uomo, Kapllan Baruti, presidente (albanese) del tribunale. Lui e’ simbolo di questa assurda contraddizione: sposato con una Serba, Baruti vive a Zvecan, una municipalita’ (serba) sulla cui stazione di polizia gia’ da settimane sventola una bandiera che non e’ l’aquila albanese su sfondo rosso. Molto rispettato da tutti, Kapllan pero’ non e’ dell’etnia giusta per poter dialogare con i manifestanti serbi. Ne’ lo vorrebbe, dato che considera illegali le loro richieste. Lui vuole salvare il tribunale e continuare a farlo funzionare. Nonostante i suoi sforzi, tutte le attivita’ sono paralizzate da settimane.

Dal 20 febbraio ogni giorno i manifestanti minacciavano di forzare le misure di sicurezza e entrare nel tribunale per metterci la bandiera serba sopra.

Venerdi scorso ce l’hanno fatta, nonostante l’enorme potenziale della polizia internazionale e dei soldati della KFOR (NATO). Pare che i manifestanti si siano fatti strada a forza con l’aiuto di alcune ambulanze (!) e soprattutto al grido di “prima le donne e i bambini”. Nel senso che donne e bambini li hanno messi in testa al corteo, a mo’ di scudi umani, di modo che la polizia non potesse spararci sopra.

Ieri la decisione di sgomberare il tribunale dai manifestanti.

La polizia entra di forza alle cinque del mattino, e ammanetta una ventina di persone, che non oppongono resistenza. Mentre portano fuori gli arrestati, pero’, la polizia viene bloccata da altri manifestanti. Iniziano gli scontri: questi tirano pietre e molotov, gli altri rispondono con lacrimogeni e granate assordanti. Poi non si sa bene chi inizi, ma qualcuno inizia a sparare. I manifestanti passano anche alle bombe a mano. Una scoppia vicino a un gruppo di soldati KFOR.


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Qui trovate le foto di Reuters.

La situazione si calma solo quando la polizia decide di tagliare la corda. Loro dicono di si, ma non e’ chiaro se davvero ritorneranno, o se invece abbiano gia’ sotto sotto deciso di lasciare il Nord del Kosovo – di fatto – sotto il controllo di Belgrado. Il cui presidente Tadic ovviamente accusa di uso eccessivo della forza KFOR e UNMIK, che ovviamente accusano Belgrado di essere dietro tutto cio’. Ma che bella scenetta. Intanto l’unico risultato concreto e’ che un poliziotto ucraino di 25 anni e’ stato ucciso da una bomba, e piu’ di cento, tra poliziotti e manifestanti, sono stati feriti anche gravemente.

Nei prossimi giorni provero’ a spiegare un po’ meglio perche’ tutto cio’ accade proprio a Mitrovica.

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