Dong! Dong! Dong! Do–

Suonate le campane!

Dopo mesi di estenuanti trattative, ieri UE e Serbia hanno finalmente firmato il famigerato SAA (Stabilization and Association Agreement) – il documento che diventare la Serbia un paese candidato all’ingresso nella UE (fino a ieri era solo potenziale candidato). In pratica, chi firma l’SAA presto o tardi entra nella UE.

EDIT: mi hanno fatto notare che in realta’ la Serbia, al pari di altri stati balcanici, resta potenziale candidato. Per diventare candidati occorre presentare una domanda ufficiale, cosa che ne’ la Serbia ne’ altri paesi potenziali candidati hanno ancora fatto. Resta comunque il fatto che la firma dell’SAA e’ una tappa obbligata ed importante, che apre la strada all’ingresso di un paese nell’UE.

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Naturalmente il tutto e’ stato estremamente penoso. La firma dell’SAA infatti e’ stata da sempre ampiamente strumentalizzata dalle varie forze politiche. Fortemente voluta dal presidente democratico Tadic, e’ stata molto poco voluta dal primo ministro dimissionario Kostunica, secondo cui firmare l’accordo sarebbe infatti un “bacio di Giuda” o qualcosa del genere.

In Serbia c’e’ infatti chi strizza (Kostunica, Radicali) piu’ volentieri l’occhio alla Russia che all’UE, e chi pensa (Kostunica, Radicali) che firmare l’accordo equivalga a riconoscere che il Kosovo e’ indipendente. Nonostante l’accordo sia neutrale sul punto, dicendo che la faccenda-Kosovo e’ regolato ancora dalla risoluzione 1244 delle Nazioni Unite.
E nonostante ovviamente l’accordo porti in prospettiva un sacco di vantaggi concreti alla gente (visti, fondi, mercato comune, stabilita’). Molto piu’ – per quello che ne capisco io – dell’accordo sul gas con Gazprom.

Tant’e’ che ci sono gia’ gli invidiosi.

Insomma, tutto bello. Se non fosse per una piccola clausola che dice che l’accordo non viene automaticamente implementato. Come? Si, perche’ la Serbia e’ ancora, a giudizio di alcuni membri dell’UE, deficitaria quanto alla cooperazione col Tribunale dell’Aja. Il vero brindisi – secondo me – e’ quindi rinviato.

Perche’ allora accelerare cosi’ i tempi per la firma dell’accordo, se non ce n’erano le condizioni?

Il tutto e’ legato alle elezioni che si terranno in Serbia tra 10 giorni. L’UE ha una paura fottuta che vincano quei buontemponi dei Radicali, che con ogni probabilita’ bloccherebbero il processo di integrazione europea e porterebbero instabilita’ nella regione. Proponendo la firma dell’accordo l’UE ha voluto mandare un messaggio di fiducia al paese. Un po’ com’era gia’ successo con la Croazia qualche anno fa. Occhio, perche’ l’SAA fu firmato nell’ottobre 2001, ma entro’ in vigore piu’ di tre anni dopo (febbraio 2005).

Dopo, peraltro, loro si erano sbattuti e il superlatitante Gotovina fu arrestato dopo pochi mesi (dicembre 2005).

Facendo due conti, vuol dire che dobbiamo aspettare ancora 4 anni prima di vedere quella carogna di Mladic dietro le sbarre?

Oink!

Come un occhialuto Ezechiele lupo che tende la zampa ai tre porcellini, da quando e’ tornato Ramush va predicando che occorre assolutamente “aiutare” i Serbi del Kosovo.

Bisogna infatti aiutarli a “superare la loro opposizione all’indipendenza del Kosovo”. Leggi: per fargli digerire il fatto che che adesso vivono in un Paese che non e’ piu’ il loro.

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Forse catartizzato dall’esperienza mistica dell’assoluzione all’Aja, forse folgorato sulla via di damasco, Ramush cerca probabilmente solo di rifarsi una verginita’ politica per tentare di riinserirsi nelle stanze del potere.

Sul processo contro di lui e’ stata di recente pubblicata un’intervista ad un importante membro dell’equipe di Carla del Ponte, Sir Geoffrey Nice, che era nientemeno che il procuratore capo nel caso contro Milosevic. Finito come sappiamo il processo, Nice si dimise dal Tribunale e fu nominato “Sir” da sua Maesta’.

Il caro Geoffrey, che incontrai di persona quando venne per una conferenza in Kosovo, conferma un po’ quello che dicevamo qualche post fa: che il caso contro Ramush era perso fin dall’inizio. Non solo perche’ si sapeva che pochi testimoni avrebbero trovato il coraggio di puntargli il dito contro, ma anche perche’ l’indagine contro di lui era stata preparata in fretta e furia. In una folle corsa contro il tempo fortemente voluta da Carla del Ponte.

L’antefatto e’ che il tribunale aveva deciso di non indagare piu nessuna nuova persona a partire dal 2004. Cio’ faceva parte della “strategia di completamento” delle operazioni del tribunale, che – ridendo e scherzando – e’ li’ da 15 anni ormai, e se va di questo passo rischia di rimanercene altrettanti. Ogni anno il Consiglio di Sicurezza minaccia di tagliargli i fondi, cercando di mettergli un po’ di fretta, ma finora con scarsi successi.

Tornando a Ramush, pare che Carla del Ponte – nonostante l’avviso contrario dei suoi stretti collaboratori – diede invece ordini di finire le indagini contro Ramush prima che scadesse il termine ultimo, e ordino’ loro di stendere l’atto di accusa contro di lui, prima che fosse troppo tardi.

Ne venne fuori – dice in sostanza Sir Geoffrey – una mezza porcheria.

Ramush comunque resta l’unico dei tre imputati ad averla fatta veramente franca: uno dei coimputati come ricorderete e’ stato condannato a 6 anni, mentre ho appreso con piacere che il secondo dei due ladroni, Idriz Balaj, dal carcere dell’Aja l’hanno riportato direttamente in galera in Kosovo, per finire di scontare una condannuccia a 13 anni per crimini di guerra.

Vedete? Dove non arriva la giustizia internazionale, a volte (e per fortuna) arriva quella domestica.

Come anche nel caso – lodevolissimo – della Serbia, il cui procuratore speciale sta per iniziare un processo contro quattro paramilitari serbi per il massacro di 19 albanesi kosovari nel 1999. Sembra facessero parte dei famigerati “Scorpions”, un gruppo criminale coinvolto anche nel genocidio di Srebrenica. Un quinto scorpione si e’ gia’ beccato 20 anni di galera, in relazione agli stessi fatti, sempre da un tribunale serbo.

E’ chiaro che processi cosi’, dove dei serbi sono giudicati da dei loro connazionali, nel loro stesso paese, per me hanno un significato dieci volte piu’ forte di un processo fatto in inglese e in un altro paese, a duemila chilometri di distanza.

Cosi’ come – sempre secondo me – delle scuse ufficiali per quel che e’ successo a Srebrenica varrebbero piu’ di dieci sentenze “Bosnia-contro-Serbia” della Corte internazionale di giustizia.

Into-the-north

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Un paio di post or sono, vi avevo detto che saremmo presto tornati a parlare della questione piu’ delicata ed “esplosiva” (e’ il caso di dirlo) che c’e’ in Kosovo in questo momento: quella del Nord. Ora non se ne parla piu’ molto, ma la partita piu’ grossa del Kosovo in questo momento si sta giocando li’, a nord del fiume Ibar.

Voglio quindi riprendere l’argomento, cominciando dal racconto di due amici italiani che vivono e lavorano a Mitrovica. Un mesetto fa, il 17 Marzo, si trovavano in casa quando Mitrovica per una mattina e’ ripiombata nell’incubo della guerra. Da una postazione “privilegiata”, per loro sfortuna, si sono vissuti tutto in diretta.

Anche se non faccio nomi e cognomi, ci tengo a ringraziarli moltissimo per questo loro racconto:


Come forse molti di voi hanno visto al telegiornale, quel lunedi mattina (17 Marzo, NDR), le forze francesi della NATO hanno ripreso il controllo della Corte di giustizia, occupata il venerdi precedente dai Serbi che non riconoscono l’autorita albanese sulle istituzioni del nord del Kosovo.


Beh, quello che doveva essere secondo me una pacifica operazione di polizia, si e’ trasformata in guerra…e io abito a 100m da dove sono avvenuti gli scontri.

Ora stiamo bene, ma lunedi mattina ce la siamo vista brutta.

Quando e’ cominciata l’operazione eravamo in casa. Verso le 7.00/7.30 abbiamo sentito i primi colpi, che poi avremmo saputo essere gas lacrimogeni per allontanare i Serbi radunatisi per resistere allo sgombero. I rumori erano lontani e pertanto non ci siamo preoccupati piu di tanto.

Ci siamo alzati e abbiamo fatto colazione. Gli scoppi pero’ hanno cominciato ad avvicinarsi [...]

Come da regolamento UNMIK, avevamo sempre pronti i nostri bagagli da 15 Kg preparati in caso di evacuazione. Qualcosa ci diceva che forse non avremmo piu visto quella casa in caso di evacuazione, e quindi abbiamo cominciato a preparare le valigie vere e proprie.Intanto continuavamo a sentire le granate dei serbi e il lancio di lacrimogeni da parte della NATO. Gli elicotteri sorvolavano l’area in continuazione.

Poi hanno cominciato a sparare con pistole e fucili e il rumore si avvicinava sempre di piu’. I colpi di pistola “comune”, che somigliano molto a dei petardi, si alternavano alle scariche dei kalashnikov. Gli spari erano talmente vicini che eravamo convinti che entrassero da un momento all’altro per…ammazzarci come cani. Io mi sono davvero preoccupato quando ho sentito una mitragliatrice, non credo che dimentichero’ mai quel rumore.

A quel punto abbiamo pensato di allontanarci dalle finestre per evitare proiettili vaganti o schegge impazzite. Ci siamo spostati al centro della casa, abbiamo spento ogni luce e ci siamo seduti per terra.

Per andare in bagno strisciavamo e ricordo perfettamente che – mentre lo facevo – pensavo che una cosa del genere non avrei mai creduto di farla. [...]

Ci sono arrivate molte telefonate. Gli amici e i colleghi ci dicevano di stare tranquilli. L’ambasciata non aveva assolutamente idea di cosa stesse accadendo. L’interprete serba dell’ufficio invece, quando ha saputo che eravamo in casa, si e’ preoccupata un bel po’ – e ci ha trasmesso molto bene la sua ansia. A quel punto abbiamo cominciato a tempestare di telefonate il nostro superiore e la sicurezza. Purtroppo arrivavano solo risposte per niente confortanti, del tipo: “E’ troppo pericoloso venirvi a prendere. Verremo a salvarvi sicuramente entro oggi, ma e’ difficile dire quando”. [...]

Alla fine ci e’ venuto in mente un Carabiniere conosciuto poco tempo prima e lui, che passava di li perche stava monitorando la situazione con un collega, ci e’ venuto a prendere in incognito, senza divisa, ma anche senza mezzi blindati. La macchina, con targa serba per non dare nell’occhio, non poteva mettersi davanti alla porta di casa ed eravamo obbligati a fare circa 10 metri allo scoperto. I carabinieri avevano il giubbotto antiproiettile, ma noi no!

In seguito abbiamo scoperto che e’ venuto a prenderci rischiado grosso anche con i suoi capi. Non ridero’ piu’ ad una barzelletta sui carabinieri, lo giuro.

Invece che delusione il nostro amico francese che sapeva benissimo come sarebbero andate le cose ma non ci ha detto di non tornare a casa la sera prima, anche se avevamo cenato insieme. Dice che non poteva dircelo, io invece penso che averlo saputo per tempo non avrebbe cambiato l’esito della loro operazione.

Bene, noi siamo un po’ scossi ma va tutto bene. Abbiamo cercato una casa qui a Mitrovica sud e ora, invece di dare i soldi dell’affitto a una famiglia per bene a cui ci eravamo molto affezionati, li diamo ad un losco intermediario che li gira ad un fantomatico padrone di casa stra-ricco (e molto probabilmente mafioso), che non abbiamo mai visto, e con cui non abbiamo mai parlato.

25 Aprile

Non dico in Francia, dico in Serbia e in Kosovo, paesi che con tutto il rispetto non vantano certo secoli di democrazia e liberta’ di informazione, ci sono telegiornali dieci volte migliori di quelli che abbiamo in Italia. Parlano (pensate un po’!) politica interna, di esteri, di societa’, di ambiente. Notizie vere porca miseria!.
Da noi? Morti sulla strada, papa, padre pio, cardinali, stupratori, cardinali-stupratori, stupratori rumeni, stupratori slavi, baby-gang slave, e l’ultimo calciatore della juve che si e’ trombato una velina di Striscia.
Cito Marco Travaglio:

Il V2-Day, almeno per come lo vedo e lo auspico io, dovrà rimuovere il macigno “di sistema” che blocca la libertà d’informazione. E dovrà dare la sveglia ai giornalisti, perché riscoprano i valori profondi della propria missione: per esempio, il dovere di dare tutte le notizie. Perché il problema in Italia sono anche i politici, gli editori e certi direttori. Ma soprattutto il problema sono i giornalisti, che spesso si autocensurano prim’ancora che qualcuno li censuri. Come diceva Leo Longanesi: “In Italia non è la libertà che manca: mancano gli uomini liberi”

Ecco.

La marcia del V2-Day

I salotti buoni

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Tutto quello che ci si aspettava, finora non e’ successo.

Chiusura delle frontiere, embargo economico, boicottaggi, blocco della fornitura di energia.

Tutte le rappresaglie che la Serbia aveva minacciato, per protestare contro la secessione del Kosovo, sono rimaste nei microfoni e nelle veline di agenzia.

Sul terreno e’ cambiato poco. Le frontiere sono aperte, e se si ignora pe run attimo il carro armato della KFOR parcheggiato nei paraggi, si direbbe che sia tutto uguale a prima. La situazione energetica e’ fin migliore del solito, e gli scaffali dei minimarket sono strapieni di prodotti provenienti dalla Serbia, come sempre.

Devo dire che, a parte i noti attacchi contro le ambasciate di Belgrado un paio di mesi fa, sono rimasto positivamente stupito da questa reazione della Serbia alla dichiarazione di secessione del Kosovo. Pacata e diplomatica.

“Diplomatica” penso sia proprio la parola giusta, viste le sedi in cui la Serbia sta democraticamente cercando di far valere le sue ragioni. Ad esempio

  • L’OSCE, ai cui Stati membri il ministro degli esteri serbo ha chiesto di “condannare” la nascita del nuovo stato kosovaro.
  • E soprattutto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ieri il presidente Tadic ieri ha fatto ai quindici Stati che ne fan parte un bel discorsetto (c’e’ il testo integrale qui). Dice Tadic: “Aoh? Nel 99 avete fatto la risoluzione 1244, che stabilisce il rispetto dell’integrita’ territoriale della Serbia, e adesso non dite niente?” Come dargli torto.

Insomma, “non imposizioni e uso della forza” ma “dialogo, concertazioni e rispetto delle leggi”, e’ la forma di protesta ufficiale che sembra aver scelto Belgrado.

Certo, secondo qualcuno la Serbia mostra la faccia buona nei salotti internazionali e sotto trama con altri mezzi contro il nuovo staterello kosovaro, ad esempio alimentando le proteste nel Nord. Questo purtroppo non posso ne’ confermarlo ne’ smentirlo.

Ma del Nord, presto ne riparleremo.

Javier

Il ragazzino che passa al bar recita il solito ritornello “sigarette, ricariche?”. In mano ha un vetusto cartone pieno di entrambi.

L’altro giorno invece continua: “sigarette, ricariche, Ronaldinho…? “

Capisco che ha degli accendini da piazzare.

Spieghiamo: molti accendini kosovari sono dotati di lucetta incorporata. Utilissima di notte per non farsi asfaltare dalle macchine, quando c’e’ un taglio di energia. L’ultima moda sono quelli con una foto in sovrimpressione. Di solito si tratta di calciatori, o del pugile Krasniqi, fortissimo. Visto che però Ronaldinho e compagnia con me non attaccavano, il ragazzetto mi ha sfoderato un paio di colpi segreti: “Ramush, Thaci…”. Niente da fare.

Quando ho sentito “Solana”, però, mi sono incuiriosito. Me lo son fatto mostrare, poi l’ho comprato.

Ditemi se non è una meraviglia:

Ma che cacchio ci fa Solana con Rugova sulla lucetta di un accendino???

Se in Italia chiedi a un passante chi è Solana secondo me al 90% non lo sa. (per la cronaca, è l’alto rappresentante della UE per la politica estera).

La faccenda quaggiù è un po’ diversa.

Lo dimostra quanto mi racconta un’amica da Belgrado:

In questi giorni la Serbia e’ al centro di un gran movimento di visite, dichiarazioni, meeting e strette di mano. Grandi attese e forse grandi preoccupazioni per le elezioni dell’11 maggio, su cui molti « esterni » cercano di avere un’influenza. Persino il (qui per nulla amato) J. Solana ha dichiarato che non potra’ dormire tranquillo finche’ non si sara’ fatto tutto il possibile per per tenere la Serbia vicina. “Non voglio svegliarmi il 12 e realizzare che avremmo potuto fare di più”.

Tra una ronfata e l’altra, Solana aggiunge anche che secondo lui “se i Radicali vincono le elezioni, Mladic non sarà estradato all’Aja”. Per questo la UE dovrebbe far firmare alla Serbia l’accordo di pre-adesione prima delle elezioni, in modo da stimolare le forze pro-europee. Tipo, per capirci, quelle del partito dell’attuale presidente Tadic.

Le forze non pro-europee sarebbero invece quelle del partito radicale, il cui presidente, Vojslav Seselj, è attualmente sotto processo al Tribunale dell’Aja. Dalla sua cella, fa sapere che bisogna «rimanere russofili» e «non entrare nè nella NATO nè nell’Unione europea, perche’ li’ ci son solo paesi non amici».

Gli stessi sondaggi che danno nuovamente un inquietante 30-40% al partito di Seselj, dicono anche che piu’ del 70% dei Serbi si dice pro-europeo.

In realta’, per il sentire comune la Serbia e’gia’ Europa, lo e’ sempre stata. L’Europa delle correnti politiche, culturali, filosofiche, dei viaggi e degli scambi…la civiltà-Europa. Non l’Europa delle direttive, degli obblighi, dell’entri-solo-se-consegni-Mladic-al-Tribunale-dell’Aja.

E unire questi due volti di cio’ che chiamiamo « Europa » non è facile, neppure per chi in Europa sta tendendo una mano alla Serbia.

Fra parentesi, se avete voglia potete leggere i commenti alla dichiarazione di Solana sul forum di B92. Non è che abbia avuto un gran successone…

La Pensione

Vederlo coi propri occhi fa tutto un altro effetto.

In fila ordinata dietro alle casse, i vecchi avanzano lentamente. Sotto i cappelli albanesi a guscio (una volta bianchi) gli uomini, sotto i colorati foulard le donne.

Occhi piccoli, barbe sfatte, facce grinzose che ti parlano di fatica e sofferenze.Tirano fuori le carte magnetiche e quelle di identita’.

Il giovane in cravatta compila fogli e batte sul terminale, poi li fa firmare. Una donna chiede il tampone di inchiostro, e ci mette l’impronta digitale.

Per tutti la stessa conclusione. Consiste in due biglietti: “20 e 20, sono 40″.

Edit

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Il mio ultimo post sugli individui processati dal Tribunale dell’Aja ha scatenato una nuova, animata discussione all’interno della piccola comunita’ dei lettori di samopravo.

In particolare, Ciccio mi ha fatto notare l’imprecisione di usare la bandiera della Bosnia (blu con le stelline) per rappresentare i musulmani di Bosnia. E che era meglio suddividere la categoria “serbi” in “serbi serbi” e “serbi di Bosnia”. Giusto. Correzionei fatte. Trovate quindi dei nuovi grafici, con meno bandierine, piu’ categorie, e spero piu’ precisione.

In ogni caso, grazie a tutti per l’interessante discussione, che – ho l’impressione – non sia finita qui.

Per cui andatevi a leggetere i commenti (siamo a 16 per adesso) e dite anche voi la vostra.

Ah, la foto non c’entra niente, ma mi piaceva e ho deciso di metterla. E’ presa a Pristina, un paio di settimane fa.

Ajajajajaja!!!

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Dopo l’assoluzione del nostro caro amico Ramush, che e’ stato avvistato nei ristoranti di Pristina a festeggiare con i suoi avvocatozzi, anche su questo blog si e’ giustamente riaccesa la polemica dal titolo “Tribunale dell’Aja: questo fazioso”.

Che il tribunale dell’Aja riceva pressioni che non dovrebbe ricevere credo sia un fatto abbastanza pacifico. Che sia stato voluto ed che sia supportato dagli americani, credo non sia un mistero. PIccola prova: l’idea di fare un’indagine seria sui bombardamenti della NATO del ’99 gli e’ stata fatta rapidamente passata di mente. Male.

In Serbia la percezione del tribunale e’ a dir poco pessima. L’assoluzione dell’occhialuto Ramush e’ vista come l’ennesima riprova che il tribunale e’ strafazioso, e che condanna solo serbi.

Lo scorso weekend ho deciso di vederci chiaro e di scoprire se e’ vero.

Ci ho messo un bel paio di orette domenica, ma anche grazie al corso di Excel che ho fatto di rencente, sono riuscito a mettere insieme un bel listone di 150 avanzi di galera, divisi per nazionalita’ e capi di imputazione, che sono stati indagati dal Tribunale dal 1993 ad oggi

Il listone in se’ e per se’ ve lo risparmio (se interessa, spedisco via email con piacere). Vi propongo piuttosto uno sfizioso grafico a torta:

100 su 150 sono Serbi, un bel due terzi secco. Vediamo anche quanti di questi sono stati finora condannati:

37 su 56 sono serbi, di nuovo 2/3 esatti. [Nota a margine in 15 anni (1993-2008) il "nostro" tribunale e' riuscito a inchiappettare solo 56 persone?? Se volessi fare il populista direi anche: con piu' di un miliardo di dollari spesi... a conti fatti ogni condannato e' costato 20 milioni di dollari! ]

Torniamo ai criminali di guerra o presunti tali. Lasciamo perdere quelli che nelle more del giudizio sono morti (tra cui, per citarne due, Arkan e Milosevic), si sono suicidati (in cella o fuori), o sono stati fatti secchi mentre li arrestavano, e vediamo gli imputati che sono ancora sotto processo o in attesa di processo:

Aoh, manco a farlo apposta, di nuovo la solita proporzione: due terzi, (o quattro sesti, o 66%, se preferite). 22 imputati su 33: serbi.

Ah, dimenticavo di dire che sono serbi anche tutti e quattro gli ultimi latitanti (Karadzic, Mladic, e altri due).

Carta canta. Il tribunale ha indagato, processato e condannato piu’ imputati serbi che imputati di tutte le altre nazionalita’ messe insieme.

Sti giudici faziosi ce l’hanno proprio coi serbi. Ma e’ veramente l’unica conclusione che si puo’ trarre?

Ne propongo almeno un’altra, tanto per tenere in cervello in allenamento.

Notare prima di tutto che l”80% circa dei serbi indagati e processati dal tribunale non sono serbi di Serbia, ma serbi di Bosnia. Cosi’ come la maggior parte dei croati sono croati di Bosnia.

Senza voler negare che tutti hanno sofferto molto durante la guerra, credo si possa dire che la Bosnia e’ stato il teatro delle oscenita’ piu’ pazzesche. Credo si possa anche dire che l’esercito serbo e serbo di Bosnia (Mladic, per intenderci) erano di gran lunga i meglio armati (la JNA, l’esercito yugoslavo, era un esercito fortissimo). Un esercito talmente forte da tenere sotto assedio Sarajevo 4 anni, assediare numerose altre enclaves musulmane, tenere in scacco le Nazioni Unite, azioni che gli altri potevano solo sognarsi.

Se avessero avuto le armi l’avrebbero fatto anche gli altri? Boh, probabilmente si’, non lo sappiamo. E comunque un processo penale giudica le azioni, non le intenzioni.

A ben guardare, cosa pensare diventa una specie di atto di fede. Berlusconi docet: c’ha tanti processi perche’ ce l’hanno tutti con lui, o c’ha tanti processi perche’ ha fatto tante porcate?

Chi vota per lui sceglie la prima, chi non lo vota sceglie la seconda.

Io alla fine – sara’ perche’ ho studiato legge – se devo scegliere tra quello che mi dice un imputato e quello che mi dice un giudice, ho sempre la tendenza a fidarmi di piu’ del giudice.

Pot Pooot!

Non appena il giudice Alphonse Orie ha pronunciato le fatidiche parole “not guilty” il cielo del Kosovo si e’ riempito di migliaia di pallottole, sparate da altrettanti kalashnikov.

Poi macchine con clacson a palla, e gente che festeggia. Un po’ a Pristina, molto di piu’ nella regione di Ramush, la Dukagjini (“Metohija” per i Serbi).

Ancora una volta mi tocca tristemente constatare che i processi per crimini di guerra – piu’ di altri – si prestano a facili strumentalizzazioni.

Dovrebbero servire a riconciliare, accertando le responsabilita’ individuali di chi ha sbagliato, e dando soddisfazione al bisogno di giustizia delle vittime. Invece spesso purtroppo ottengono l’effetto di esacerbare discordie e rivalita’.

Giovedi sera, dopo la sentenza, I miei colleghi erano tutti contenti. Non credo che gli importasse molto di quel losco figuro di Ramush in se’. Ma mi dicevano “sai com’e', Ramush e’ albenese, ha combattuto per il Kosovo! “

Diventa, ancora una volta, una questione di tifo nazionale.

All’aeroporto di Pristina, venerdi sera a Ramush gli han messo il tappeto rosso. Qui a Belgrado, dove mi trovo adesso, la situazione e’ ben diversa: presidente e primo ministro parlano di vergogna e ingiustizia, e la gente riattacca col vittimismo. Prima il danno della perdita del Kosovo, ora pure la beffa dell’assoluzione di sto farabutto.

Prima pero’ di parlare di sentenza-beffa fatta da un tribunale “circo”, come si e’ affrettato a dire quache commentatore su questo blog, e come del resto molta altra gente, io ci andrei pianino.

Vediamo un po’, seriamente, cos’e’ successo.

Era un caso, quello contro Haradinaj et al., iniziato male. Nessuno al Tribunale voleva farlo. Anche Carla del Ponte, fin dall’inizio, sapeva che pochi testimoni sarebbero stati cosi’ eroici da testimoniare contro uno degli uomini piu’ potenti del Kosovo.

Una situazione che noi in Italia, “grazie” alla mafia, dovremmo conoscere piuttosto bene. Possono cambiarti il nome, la faccia, o la voce, ma al tuo paesello tutti lo sanno che quei tre giorni che non c’eri a casa sei andato all’Aja a testimoniare contro Ramush.

Troppo facile scaricare la responsabilita’ di una situazione cosi’ difficile su quei tre giudici. Io sono convinto che abbiano invece giudicato al meglio delle loro professionalita’ e imparzialita’. Perche’ devo subito pensare che sono in mala fede? Si tratta di massimi esperti e studiosi del diritto penale internazionale. Perche’ pensare subito che siano in mala fede? Anche loro, come quello che leva la medaglia al nuotatore, parte del grande complotto anti serbo? Tutti servi degli americani?

Non sto dicendo che Ramush e’ innocente, attenzione. Anche perche’ se sia innocente, francamente, non lo so, e di sicuro non spetta a me dirlo. Come faccio a dirlo? Come fate a dirlo voi? Ne sappiamo di piu’ di tre giudici che han ascoltato cento testimoni e esaminato chili di documenti?

Certo, in Kosovo c’e’ stata la guerra, e l’UCK non ha tirato le margheritine. Ammettiamo che anche abbia fatto quel che ha fatto. Non sempre pero’ con un processo penale si riesce necessariamente ad accertare la verita’. La verita’ storica, dico, quel che e’ successo. Come, ad esempio, se i testimoni dell’accusa se la fanno sotto e non vengono a testimoniare. I fatti magari sono successi, ma non ci sono testimoni che li raccontano, e l’imputato e’ innocente. Certo non e’ un buon esempio di giustizia-fatta, ma possiamo dire, in buona fede, che la colpa e’ del tribunale?

(continua)