Facci un saluto…

…Bill Clinton facci un saluto!

Facci un saluuutooo / Bill Clinton facci un saluuutooo…

La frenesia edilizia che imperversa per Pristina ha investito anche uno dei simboli della citta’: il faccione rosa porcello dello zio Bill.

Non che sia sparito – non sia mai!

Solo che, rispetto ai bei tempi, non saluta piu’.

Poveraccio, e’ proprio invecchiato. Gli hanno pure messo un busto in gesso alle spalle e una tazza di Te’ Infre’ in tinta coi colori del poster.

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Togliere Bill, ma che stiamo scherzando? Che idee vi vengono in mente?

Se il Kosovo esiste oggi (dico, in quanto Repubblica del Kosovo), e’ in gran parte merito suo.

Se era solo per l’UCK – con tutto il rispetto, per carita’ – a quest’ora sarebbero ancora li’ a sparare coi loro kalashnikov di seconda mano importati dall’Albania. Oppure – cosa forse piu’ probabile – non ci sarebbero proprio piu’.

In fondo, diciamocelo: il padre del Kosovo non e’ Rugova, ne’ Adem Jashari, ne’ tantomeno Ramush o Thaci. Il padre della patria, il Garibaldi, l’Ataturk, l’Ata-Kosov, e’ lui: lo zio Bill.

L’unica differenza e’ che gli altri due, la patria, se la sono fatta a casa loro.

Tra realta' e finzione

Per tornare al tema del primo anniversario dell’Indipendenza del Kosovo, e’ con piacere che apro un piccolo spazio di approfondimento, per chi e’ interessato.

Il mio amico Angelo, ricercatore in diritto internazionale all’Universita’ di Pavia, ha di recente pubblicato sulla rivista “Il Politico” un interessantissimo articolo sulla legittimita’ della secessione del Kosovo.

E’ un articolo scientifico, per cui non aspettatevi paperino e topolino. Ma e’ appunto con letture come questa che ci si puo’ formare una propria opinione. Se proprio non avete tempo, leggetevi da pagina 13 in poi.

Il titolo e’ “L’indipendenza del Kosovo tra realtà e finzione“, e potete scaricarlo (gratis) qui.

Grazie Angelo per la gentile concessione, e buona lettura a tutti.

Come al solito, dite poi la vostra

In-the-Teqe

Come l’anno scorso, la Teqe era strapiena di umanita’ piu’ o meno profumata. Uomini, no donne, e un po’ di bambini.

Ma soprattutto c’erano loro…

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Pare che in Kosovo il derviscismo sia un movimento tutt’altro che isolato. Ci sono non una, ma molte comunita’ di dervisci.

Dei deviati, a sentire i musulmani “ortodossi”, che predicano il contatto personale e diretto con Dio (Allah). Senza intermediari (preti, papi, frati o suore) ne’ materiali (affreschi, dipinti, statue, statuette e statuine, reliquie, calici, croci e crocifissi, sacre sindoni, bastoni, mitre e cappelli, portaostie, stole, tonache e anelli, tabernacoli, turiboli e altre diavolerie).

In questo, si puo’ dire che il derviscismo e’ piu’ vicino al cattolicesimo che all’Islam vero e proprio. Anche per quanto riguarda quella specie di macabro culto del dolore fisico, non e’ che siamo poi cosi’ diversi. I cattolici non adorano forse un crocifisso? O le madonne che piangono sangue? O dei frati con le stigmate?

Ma sono partito dalla fine.

L’inizio della storia e’ che anche quest’anno abbiamo degnamente celebrato il 20 marzo, data sacra al sufismo/derviscismo, con una visita ad una Teqe.

Questa volta abbiamo scelto quella dello Sheh Ruzhdi (eccolo qui sotto), nella bellissima citta’ di Gjakova.

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L’anno scorso era il 22 marzo – il che prova che non si e’ ancora capito bene cosa effettivamente si celebra. Ma non importa.

Quel che importa e’ che anche stavolta entrare nella Teqe e’ stato come entrare in un’altra dimensione.

Una cerimonia a base di canti, musiche, grida, sudore, ondeggiamenti. Un coinvolgimento emotivo che queste immagini riescono a ricreare solo in minima parte (certo spero non vi faranno lo stesso effetto che al tizio che si vede verso la fine…)

Ovviamente gli spilloni, come l’anno scorso, non sono mancati, anzi.

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Ma forse hanno avuto un ruolo meno centrale rispetto alla cerimonia di Prizren.

E poi e’ arrivato lui.

Sento lo Sheh chiedere “e’ pronto?” e sento che qualcosa di grosso sta per succedere. Anche se all’inizio non era chiaro dove sarebbero andati a parare.

Quando l’ho visto iniziare a girare, come nei documentari su Istanbul, come nelle canzoni di Battiato, ho veramente sentito che stavo assistendo a qualcosa di misterioso, che si perde nella notte dei tempi. E che quello che stava accadendo davanti ai miei occhi di turista, non era me, o per il fotografo impiccione del National Geographic che si vede li’ in prima fila. Ma era qualcosa di vero.

Lo facevano per se stessi (chissa’ perche’?). Ma non per noi.

Canti e riti misteriosi che si ripetono, e che si tramandano di padre in figlio, immutati, nei secoli dei secoli.

Niubborn

Un anno fa circa, il NEWBORN faceva la sua comparsa nel centro di Pristina.

Una specie di alieno, arrivato da non si sa bene dove.

Sette lettere giallo-canarino alte tre metri. Un’inno di cartongesso laccato, concretizzazione di un momento storico, cosi’ tanto atteso, per cosi’ tanti anni, da cosi’ tante persone.

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Tutto intorno, scritte variamente retoriche sulla nascita del Kosovo, ecc. ecc. Tutte in inglese, notare.

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E cosi’ il monumento divenne presto un luogo di culto della citta’, quasi di pellegrinaggio.

La foto davanti al Newborn, una specie di passaggio obbligato.

Ci fu anche chi si fece prendere la mano. Questi erano i miei preferiti: padre e due figli, tutti con la T-shirt del Newborn. Come Ben Stiller coi due figli in tuta dell’Adidas nei Tenenbaum

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Nel frattempo c’ e’ pure chi ha cercato di sfruttare l’idea a fini commerciali, come ad esempio il proprietario del lussuoso hotel … Newborn

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Il primo a firmare le letteronze del Newborn fu il presidente Sejdiu, seguito a ruota da tanti (presto troppi) altri cittadini entusiasti dell’idea.
Il giallissimo Newborn si riempi’ allora presto di tonnellate di inchiostro nero. Quello di cui sopra risale a un anno fa, oggi vi assicuro che assomiglia di piu’ a un treno graffittato che a una scultura.

Come il trattore regalato da Thaci alla famiglia di contadini serbi non era in realta’ per la famiglia, ma per tutti quelli che guardavano la scena in televisione (ed erano in molti, il 15 febbraio 2008)…

Kosovo Serbia Thaci

… cosi’ il Newborn discese dal cielo non per i Kosovari – e’ palese – ma per tutto il resto del mondo che guardava le celebrazioni dell’indipendenza in televisione. A soli due giorni dal trattore di Thaci.

Il mio eroe e’ questo ragazzo albanese.

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Si ferma davanti al monumento. Guarda i letteroni. Legge perplesso.

Poi si volta verso il suo amico: “Aoh, ma che vuol dire Niubborn?”