Ratko goes to Hollywood

Fino a qualche giorno fa Mladic e Bin Laden avevano una cosa in comune: sono i due uomini piu’ ricercati del pianeta.

Dall’altro ieri ne hanno un’altra: compaiono solo piu’ in video.

La tv bosniaca ha mostrato l’altra sera in esclusiva (e chissa’ come le ha ottenute) delle riprese familiari che ritraggono un Ratko che non siamo abituati a vedere. La mimetica lascia il posto al camiciotto con canotta in trasparenza, il fucile alle racchette da sci, le riunioni intorno alle cartine militari al kolo in cerchio con la moglie.

Qualcuno ovviamente vede nei video la prova schiacciante che – come il vecchio santone Karadzic – anche Ratko se la spassa con i suoi nel cortile di casa mentre tutto il mondo gli da’ la caccia. E che Belgrado – contrariamente a quanto va dicendo – non si sta per niente sbattendo per catturarlo. Altri addirittura ipotizzano che il video sia stato rilasciato ad hoc proprio quando si inizia a parlare seriamente di liberalizzare i visti Schengen in Serbia entro la fine dell’anno.

Questo chiaramente dice la tv albanese, che prontamente rilancia i video, aggiungendo dei commenti penosamente approssimativi.

Ad esempio, chi cxxxx sono Manjolo Milanovic e Moncilo Tolimir?? Io non li conosco. Google neppure. Se qualcuno li ha mai sentiti mi faccia un fischio.

Ma a parte gli scenari di vita privata del ballerino-Ratko, che – almeno a me personalmente – interessano poco o niente, che ci dicono questi video?

Poco o niente. Di quando sono ste immagini?

Non dovrebbe sembrare un po’ piu’ vecchio, Ratko, rispetto alle ultime apparizioni a Srebrenica 15 anni fa?

E poi, possibile che un uomo di 66 anni (e super ricercato) se ne vada a sciare in allegria, senza neanche farsi crescere il barbone come il suo compagno di merende?

I riciclati

Stasera all’Aja, in Olanda, si e’ concluso un processo passato sotto il naso dei media, completamente inosservato.

Strano, perche’ sul banco degli imputati stavano seduti, almeno fino al momento di alzarsi in piedi per ascoltare la sentenza, sei imputati di altissimo profilo.

Serbi, ancora una volta.

Si trattava di gente del calibro di Milan Milutinovic, che era nientemeno che l’ex presidente della Serbia, al tempo in cui Slobo era il presidente della federazione Yugoslava (Serbia+Montenegro).

O Dragoljub Ojdanic, che era il capo dell’esercito Yugoslavo. O Sreten Lukic, il famigerato capo del reparto della polizia serba di stanza in Kosovo, che durante il conflitto del 98-99 si e’ macchiata dei crimini piu’ schifosi, tra cui la deportazione di migliaia di albanesi kosovari. Ah si, non ve l’ho detto? Tutte le accuse contro i magnifici sei riguardavano le vicende del Kosovo.

Nel silenzio generale, cinque dei sei uomini chiave degli eccidi kosovari sono stati condannati a sentenze pesantucce, che vanno dai 15 ai 22 anni. Milutinovic unico assolto.

Per inciso, e’ la prima sentenza che accerta le responsabilita’ individuali per quello che e’ successo a Pristina e dintorni.

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Comunque, per cinque cristi che se la passano maluccio, e che stasera malediranno tulipani, zoccoli di legno e mulini a vento, ce ne sono altri che invece l’Aja se la porteranno sempre nel cuore. La ricorderanno sempre come l’inizio della loro nuova – anzi, rinnovata – vita politica.

Pensate a Fatmir Limaj: ex comandante del’UCK, accusato di gestire un campo di concentramento nel Kosovo centrale. Assolto. Torna in patria, inizia giustamente a scalpitare. Non ce la fa subito come candidato sindaco di Pristina, ma viene immediatamente ripescato come Ministro dei Trasporti da suo vecchio compagno di battaglie Hashim Thaci, nel frattempo diventato primo ministro.

Ma lo so che voi in fondo pensate poi sempre a lui, il nostro caro vecchio Ramush. Lui era gia’ primo ministro, quando si e’ consegnato al tribunale. La sua permanenza all’Aja pero’ e’ servita, eccome. Come a una valigetta di denaro sporco puo’ esere utile passare un po’ di tempo su un conto in Svizzera. Per poi tornarsene a casa, pulita, sbiancata. In una parola, riciclata.

Ed e’ cosi’ che il nostro Ramush dopo il processo non solo non perde popolarita’, ma anzi l’acquista. Era gia’ un eroe, ma lo diventa ancor di piu’. La sua fama travalica i confini del Kosovo, per giungere in Europa, America, Asia, Africa. In Uganda.

Si perche’ e’ di qualche giorno fa la notizia che il capo delle milizie ribelli ugandesi vorrebbe proprio Ramush come mediatore con il Governo di Kampala.

Pur lusingato dalla proposta, il pacifico Ramush, noto Ugandologo, non ha ancora fatto sapere le sue intenzioni.

Che parabola, la sua. Che spettacolo. Da forzuto buttafuori in discoteca, a importatore clandestino di armi, a comandante dell’UCK, a partigiano, a primo ministro, a criminale di guerra processato all’Aja, a pacificatore.

Che il prossimo passo sia il Nobel per la Pace?! D’altro canto se l’hanno dato a Ahtisaari…

Mr. Spazzaneve

La strada che porta dalla Serbia meridionale al confine col Kosovo e’ stata una specie di ascesa in vetta.

Fino all’ultimo villaggio prima del confine, qualche spazzaneve si vedeva che era passato.

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Gli ultimi dieci-quindici chilometri che portano al ridente confine di Merdare invece bisognerebbe farli con le ciaspole, piu’ che con la macchina.

Questa volta per lo meno non c’e’ coda al confine. Non come quindici giorni fa, quando cento macchine di diaspora mi hanno fatto aspettare ben quattro ore sotto la neve prima di passare. Stavolta la diaspora si affolla nell’altro senso, per tornare in Svizzera, Germania e Italia dopo le feste natalizie – oops, “di fine anno”.

Ancora una volta mi tocca pagare l’odiosa assicurazione di confine, una vera e propria truffa. Ormai, soprattutto dopol’indipendenza, i poliziotti non si bevono piu’ il foglietto fatto dalla mia assicurazione che dice che la mia carta verde copre anche il Kosovo. NIente da fare. Il Kosovo e’ fuori dal circuito della carta verde, devi pagare un’assicurazione provvisoria di soli 70 euro al mese o (a tua scelta) 530 all’anno. Praticamente come quella italiana che ho gia’, solo che quella copre tutta Europa, quella kosovara solo il Kosovo.

MI risolleva il morale solo un turista giapponese che scende dal pullman da Belgrado e spara una bella fotografia con tanto di flash proprio al confine. Subito sgamato, portato di peso in guardina, interrogato come fosse il peggiore dei delinquenti spioni. Lo lascio mentre incredulo cerca di spiegarsi, con abbondanza di gesti, ai suoi interrogatori.

La strada dopo il confine e’ ancora peggio: c’e’ stata una nevicata storica, ma di spazzaneve nemmeno l’ombra.

A Pristina le strade da giorni sono delle piste da sci: macchine che fanno testacoda, pedoni che sgommano. Nessuno pulisce, e fa talmente freddo (siamo a -7 verso mezzogiorno) che la neve non si scioglie.

Questo naturalmente non ferma gli impavidi auto larjeisti, che imperterriti continuano a sparare acqua (cioe’ ghiaccio) in abbondanza.

Per domani sono previste altre nevicate, ma speriamo non si esageri troppo: guardate quanta ne ho gia’ sul mio davanzale…

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Sei punti sei

Non credo che la cosa abbia molta risonanza in Italia, ma in Serbia e in Kosovo e’ l’argomento piu’ dibattuto del momento.

Si tratta della partenza della missione EULEX in Kosovo.

Lanciata dal Consiglio dell’Unione Europea a Febbraio di quest’anno, EULEX Kosovo e’ la piu’ grande operazione di politica estera mai messa in campo dalla UE. Quasi 2.000 internazionali (principalmente poliziotti) e piu’ di mille impiegati locali.

L’intenzione originale era di subentrare all’ONU in alcuni settori chiave (polizia, giustizia, dogane), in seguito all’approvazione concordata del piano Ahtisaari. Tramonata questa ipotesi, e con questa la possibilita’ di gungere a una soluzione concordata dello status del Kosovo, non e’ pero’ tramontata l’idea di lanciare EULEX.

La dichiarazione unilaterale di indipendenza insomma ha cambiato un po’ le carte in tavola: EULEX non piu’ una missione in un territorio amministrato dalla comunita’ internazionale, ma si trova a essere una missione mandata in uno stato auto-dichiaratosi indipendente tra le mille polemiche che sappiamo.

Bel casino. Troppo difficile far tutti contenti.

Belgrado e Russia si oppongono alla missione, perche’ ritengono sia un riconoscimento implicito dell’indipendenza del Kosovo. Pretendono che EULEX rientri all’interno della struttura ONU. Il consenso della Serbia, peraltro, e’ necessario perche’ altrimenti EULEX verrebbe boicottata da tutti i Serbi del Kosovo, soprattutto nel nord.

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EULEX accetta allora di rientrare sotto l’ombrellone delle Nazioni Unite, e allora l’opposizione si ammorbidisce. L’accordo tra ONU e Belgrado (siamo a Ottobre di quest’anno) e’ articolato intorno a sei punti.

Proprio quando il Consiglio di Sicurezza la scorsa settimana sta per riunirsi per dare la sua benedizione al piano (e quindi il via libera all’inizio di EULEX), salta fuori che adesso e’ Pristina a non essere d’accordo con il piano dei sei punti.

Non accettiamo imposizioni da Belgrado. EULEX viene qui perche’ la invitiamo noi, non perche’ lo dice l’ONU. Il piano in sei punti sancisce la separazione tra il nord (serbo) ed il resto del Kosovo, il che e’ inaccettabile, perche’ il Kosovo e’ uno. Al nord, senza una presenza internazionale, le (numerose) attivita’ criminali prolifererebbero ancora di piu’ di quanto gia’ non proliferino. E intanto venerdi scorso alle 5 del pomeriggio scoppia una bombetta di avvertimento vicino a un palazzo dell’Unione Europea.

Bel casino.

Non so come andra’ a finire, so solo che il movimento Vetevendosje ha convocato per oggi a mezzogiorno una mega-manifestazione contro i sei punti. Promette di essere la piu’ grande manifestazione da un bel po’ di tempo a questa parte, visto il numero di associazioni che ha aderito. Promettono, come sempre, una manifestazione non violenta ma si sa, quando metti tanta gente insieme, scaldare gli animi e’ un attimo.

Autoput

Il poliziotto mi ferma, appena ho superato il casello dell’autostrada Belgrado-Nis.

Guardo la cintura – ce l’ho allacciata. Le luci – sono accese.

La Serbia e’ uno di quei paesi (la Russia e’ un altro) dove vedere la polizia non ti fa mai sentire particolarmente tranquillo. Anzi.

“Dove vai?” mi chiede.

A Pristina. Ma c’e’ qualche problema?

“No no. Passi per Nis?”

Certamente, gli dico.

“Che mi dai un passaggio?”

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Due ore con un poliziotto in macchina, era un’esperienza che mi mancava. Per fortuna avevo con me un CD dei Bjelo Dugme.

Mi diverte, dare passaggi. Soprattutto in Serbia, c’e’ sempre gente con il pollicione fuori.

La gente mi tiene compagnia. Quando guido, dopo un paio d’ore mi viene sonno.

Con gli autostoppisti invece, almeno si parla un po’. La conversazione e’ limitata ad argomenti che sono alla portata della mia conoscenza del serbo, cioe’ il tempo, il traffico, il lavoro che non c’e’. Il tutto condito da abbondanti “katastrofa! “, che e’ un commento semplice ma che si adatta sempre bene a tutte le situazioni, comprese le tre di cui sopra. Pessimis-fatalismo balcanico.

Mi ricordo quella volta che vicino a Novi Sad abbiamo raccattato una ragazza. Puzzicchiava un po’. Chissa’ perche’, e’ raro trovare ragazze che puzzano. Uomini si, ma le ragazze di solito – anzi – sono sempre in super-tiro. Lei sale e si mette a cantare a squarciagola delle arie italiane, conosceva tutte le parole a memoria. A un certo punto mi fa “Fermati qui”. Mi guardo intorno: siamo in piena campagna. Le chiedo se e’ sicura. E’ sicura. Ringrazia, scende. “Io lavoro qui”. Con la coda dell’occhio, la vedo che si avvia verso una piazzola dove c’e’ la sua sedia.

Quello che mi ha fatto piu’ innervosire di tutti invece e’ stato un ragazzino.

Sera tardi, piove. Strada Prokupjle-confine, un rodeo di sessanta km a base di buche, lavori in corso e curve. Il moccioso – avra’ avuto dieci anni – chiede un passaggio. Lo carico, partiamo. Va a un villaggio che e’ a una quindicina di chilometri. Gli offro del cioccolato che avevo in macchina, lo prende, non ringrazia, se lo pappa tutto senza dire niente. Al vilaggio, scende, non saluta, non ringrazia, chiude la porta. Che educato, penso andandomene via. Poi lo sento che mi chiama da dietro, mi fermo, apro il finestrino. Che vuoi? “Che mi daresti cento dinari?”

Tra i miei passeggeri peggiori un posto d’onore merita infine quel vecchio che ho caricato una volta su una strada dopo il confine col Kosovo, nel bel mezzo del nulla.

Dove va? gli chiedo.

“Non sono ubriaco”, risponde lui, con pesante alito vinoso.

Mi rendo conto del grave errore, ma ormai era gia’ salito. Porca miseria. Si mette a parlare di vino e birre, poi tira fuori dei soldi per il passaggio, gli dico no grazie. Impreca in abbondanza, mi da’ pacche sulle spalle, mi offre ancora soldi, gli dico di nuovo che no, i passaggi li do gratis. Per fortuna il tragitto e’ stato breve: voleva solo farsi portare alla prossima taverna.

La Serbia riconosce il Kosovo!

…mi dice il mio collega ieri mattina, tutto goduto.

Che notizione, per iniziare la settimana, penso.
Dove l’hai sentito, perche’ io non ho sentito nulla. Dice che l’hanno annunciato ieri alla televisione.

Non ti sembra un po’ stranino, gli chiedo, eppure lui dice che e’ sicuro – l’han detto proprio al telegiornale.

Mah. Vado subito a controllare il fidato b92, che pero’ in prima pagina parla di tutt’altro. A quel punto e’ gia’ chiaro che la notizia e’ una bufala.

Poi pero’ guardo meglio, e vedo che effettivamente tra le notizie secondarie un titolo con le parole “Serbia”, “riconoscere” e “Kosovo”, e-f-f-e-t-t-i-v-a-m-e-n-t-e,  c’e’.

Si tratta di una dichiarazione dell’ex premier serbo Kostunica, secondo cui “riconoscendo la missione EULEX, il governo riconoscera’ l’indipendenza del Kosovo.”

Il governo attuale, dice in sostanza il caro non-piu’-premier Kostunica, se continua a fare tutte ste concessioni all’Unione Europea, finiria’ per riconoscere pure il Kosovo.

In effetti la notizia e’ un po’ diversina da quella originale.

Il mio collega, come tanti altri, probabilmente soffre di una forma di selective listening. Non solo lui, dato che anche altri han captato la notizia allo stesso modo. Non escludo neppure che possano averla detta veramente, al telegiornale.

E poco importa se il cervello ti dice che e’ palesemente falsa, l’importante e’ sentire quello che vuoi sentire.

Aiutiamo il mio collega a mettersi il cuore in pace: diciamogli tutti in coro che dovranno ancora passare alcuni anni prima che la Serbia riconosca il Kosovo. Forse quando staranno entrambi per entrare nella UE, forse dopo che la Corte di Giustizia avra’ emanato la sua sentenza, forse quando ormai non glie ne freghera’ piu’ niente a nessuno.

Ma quanti anni esattamente, secondo voi? Dite la vostra! E quindi io dico – via! Lanciamo il primo sondaggio ufficiale di samopravo:

L'ONU approva la mozione della Serbia

Oggi e’ un altro grande giorno per samopravo.

La Serbia ce l’ha fatta.

Anzi, ce l’hanno fatta ben 77 Stati che circa un’ora fa hanno votato a favore della mozione proposta dalla Serbia.

Come vi ricorderete, si trattava di decidere se chiedere alla Corte Internazionale di Giustizia di pronunciarsi sulla legittimita’ della secessione del Kosovo.

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La mozione e’ passata, e la Corte tra qualche mese si pronuncera’.

Ha vinto quindi non solo la linea pacifica e legalista della Serbia, ma hanno vinto tutti i 77 Stati che l’hanno supportata. E che credono ancora nella giustizia internazionale.

Ci sono ancora 6 Stati, invece (tra cui USA e Albania), che le questioni evidentemente preferiscono risolversele a modo loro. Evidentemente ritengono sia una cattiva idea chiedere a un giudice imparziale cosa ne pensa di una certa questione.

Fifa? Coda di paglia?

C’e’ poi un terzo gruppo di ben 74 ignavi (tra cui UK, Francia, e Turchia), che si sono astenuti. Non sanno bene se sia giusto o no che la Corte possa dire la sua. Mah.

Quello che mi sciocca pero’ e’ che se sommiamo 74, 6 e 77, arriviamo a 157. Gli stati membri dell’ONU (e dell’Assemblea) sono 192!

Mancano all’appello ben 35 stati. Dov’erano i loro rappresentanti?

Probabilmente in 5th avenue a fare shopping. Approfittando del dollaro basso.

O forse stavano visitando qualche appartamento in centro da acquistare. Approfittando del credit crunch.

Assenteisti e approfittatori dunque.

Avranno imparato dai nostri parlamentari.

3 vittorie (segue)

Una prima battaglia il nostro Tadic l’ha gia’ vinta: far inserire la “sua” domanda nell’ordine del giorno dell’Assemblea Generale. Non era cosi’ scontato che ci sarebbe riuscito.

Sulla battaglia finale davanti alla Corte, se ci sara’, non mi pronuncio. O forse mi pronuncero’ tra qualche post, vedremo.

Mi pronuncio invece sulla seconda battaglia, quella intermedia: l”Assemblea accettera’ oppure no di rinviare il domandone alla Corte di Giustizia? Per farlo, 97 Stati (la meta’ piu’ uno) devono essere d’accordo.

Uno puo’ dire: il Kosovo l’han riconosciuto in 47 Stati (l’ultimo e’ stato le Isole Samoa una settimana fa). Gli altri 145 voteranno a favore. No?

No, non e’ cosi’ scontato. Ci sono quelli che tra poco lo riconosceranno. Quelli che ci stanno pensando su. Quelli che devono vedere come si evolvono le cose. Quelli che devono ancora vedere cosa glie ne verra’ in tasca. E quelli che voteranno come gli verra’ detto di votare.

Ora io dico, ragazzi: non vi viene chiesto se la secessione del Kosovo e’ legittima o illegittima.

No: solo se volete deferire o no la domanda alla Corte di Giustizia.

Tadic deve trovare 97 Stati che vogliono che la questione della legalita’ della secessione sia decisa una volta per tutte. Non 97 stati che pensano che la secessione del Kosovo sia illegale.

Secondo me, anche quegi Stati che l’hanno riconosciuto, il Kosovo, dovrebbero votare con Tadic.

Non vedo perche’ non dovrebbero farlo: di che han paura? Di essere messi faccia a faccia con cio’ che dice il diritto internazionale sull’argomento? Paura che ogni tanto sia l’ordine, e non sempre la legge del pistolero, a governare sto mondo?

E poi suvvia, l’opinione della Corte non sara’ neppure vincolante. Non vedo una ragione condivisibile per non votare si.

Se invece questi Paesi, tra cui l’Italia, voteranno no, sara’ perche’ non sono cosi’ convinti che aver riconosciuto il Kosovo sia stata una buona idea.

3 vittorie

L’altro ieri sera il presidente serbo Boris Tadic non deve aver dormito molto.

Ieri, infatti, ha dovuto sostenere un esame per niente rilassante: arringare ben 192 rappresentanti dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Come probabilmente saprete, la Serbia in queste settimane sta cercando di portare la stoccata decisiva della sua guerra contro l’indipendenza del Kosovo.

“Guerra” peraltro penso sia la parola piu’ lontana dal descrivere quanto ha fatto la Serbia in queste sette mesi: proteste, discorsi, rottura delle relazioni diplomatiche, ritiro degli ambasciatori. Neppure una ritorsioncina o un embarghetto. Non parliamo poi delle azioni militari che alcuni paventavano alla vigilia della dichiarazione di indipendenza.

In cio’, devo dire, la Serbia ha il mio massimo rispetto. Chapeau.

L’ultima (se non l’ultima, sicuramente la piu’ importante) fase di questa guerra e’ l’iniziativa volta a chiedere il parere della Corte Internazionale di Giustizia sulla secessione del Kosovo.

Tanto per capirci, la Corte e’ un organo delle Nazioni Unite. Quindici giudici, che in un magnifico palazzo che con poca fantasia si trova all’Aja, decidono sulle controversie tra Stati membri dell’ONU. In aggiunta, la Corte puo’ anche svolgere anche una funzione consultiva. Rispondere cioe’ a quesiti di diritto internazionale.

Si da’ il caso pero’ che uno Stato non possa rivolgersi direttamente alla Corte per chiedere un parere.

E’ qui che Tadic inizia a perdere il sonno. Sono sette mesi che sta pensado e ripensando alla stessa domanda: “La dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo viola o no il diritto internazionale?”

Se la ripassa di giorno, se la sogna di notte, la ripete davanti allo specchio, per essere sicuro di non fare cappelle al momento buono. “La dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo viola o no il diritto internazionale?”

Il fatidico “SI”, che il nostro Tadic si sogna pure di notte nei suoi sogni piu’ proibiti, e’ pero’ ancora un miraggio.

(segue)

Un pelo

Non bastavano le bombe del 99, il Kosovo e l’arresto di Karadzic.

Ci si mettono pure i giochi olimpici a infierire sui rapporti USA/Serbia.

La rivincita in campo sportivo stava quasi riuscendo al nostro amico Cavic, una vecchia conoscenza di questo blog: per poco non rovinava la festa a quel noiosone dell’americano Phelps, che ha tolto la gioia di vincere praticamente a tutti i nuotatori scesi in vasca a Pechino, e che per questo francamente ci ha un po’ rotto.

Comunque, il giallo e’ che per un pelo (letteralmente) il farfallone serbo non ha toccato il bordo della vasca prima del noiosone-Phelps.

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Come si vede nella foto, infatti, l’atleta di destra tocca abbastanza chiaramente prima.

Un momento pero’: quello a destra e’ Cavic!

Eppure il cronometro dice che tocca prima l’americano, per un centesimo di secondo. O forse no? Non e’ che la faccenda e’ stata truccata, per far vincere piu’ ori all’americano, fargli battere tutti i record di vittorie, e dare piu’ risonanza alle olimpiadi.

Viene poi anche fuori su un giornale serbo che un ex nuotatore fortissimo, Ian Thorpe, australiano, sarebbe nel consiglio di amministrazione della Omega, la societa’ che tiene i tempi di tutte le gare. Non c’entra molto, ma e’ quanto basta per gridare all’ennesimo antiserbo complotto – il che forse rende piu’ trangugiabile un argento amaro come pochi.

Comunque, ci penseranno quelli della pallavolo a farci dimenticare in un colpo noiosoni, farfalloni e cronometri farlocchi. Serbia-USA, quarti di finale.

Accidenti, manco quello. 3-2 al tie-break per gli americani. Ma al termine di un partitone epocale, molto combttuto. Altra magra consolazione.

Cosa resta? Il basket? La Serbia non c’era, ma dagli americani se le sarebbero comunque prese alla grande.

Il tennis? Il mitico Djokovic si e’ fermato al bronzo, eliminato in semifinale.

La gara di trombe? Purtroppo non e’ ancora disciplina olimpica.

Comunque, gli amici serbi si possono consolare: anche se il loro medagliere non dovesse andare oltre l’argento di Cavic e il bronzo di Djokovic, avranno pur sempre vinto due medaglie in piu’ del Kosovo.